Capitolo 1 – Pilot

La leggenda degli S6 è una storia ambientata in un mondo in cui uno sport immaginario, denominato pallaveloce, è celebre in Italia al pari di calcio e pallacanestro, oltre che a essere diffuso a livello mondiale.

 

 

San Giovanni in Persiceto (BO), 31 agosto 2016

La pallaveloce fa schifo.

Almeno era quello che pensavo.

Avevo da poco compiuto diciotto anni e tutta la nazione impazziva per questo gioco stupido.

Passeggiando lungo i viali alberati di San Giovanni in Persiceto, il paesino con meno di trentamila anime nella bassa bolognese da cui provengo, mi sentivo a disagio tra i numerosi manifesti con la scritta Campioni del mondo appesi ovunque. La Sangiovannese, la squadra locale, aveva vinto i campionati mondiali in barba a ogni pronostico. I sei giocatori titolari, gli S6 (oscuro soprannome del quale ignoravo l’origine), erano considerati leggende, non solo a San Giovanni ma in tutto il mondo. Io, invece, ero uno dei pochi individui a cui della pallaveloce non fregava nulla.

L’ultima volta che mi ero interessato a uno sport frequentavo la prima media e non avevo intenzione di cambiare mentalità: avevo già abbastanza problemi con lo studio per pensare di profondere sforzi in altre attività. Fatto sta che l’Italia che prima era solo Calcio e Basket era diventata Calcio, Basket e Pallaveloce: l’exploit degli S6 aveva di certo lasciato il segno. Una moto mi sfrecciò accanto a tutta birra. Sopra di essa, dietro al conducente, un pazzo senza casco si era messo a sventolare la bandiera coi colori bianco e blu della Sangiovannese urlando “Campioni del mondoooooooo!”
– Che palle… – mugugnai calciando un sasso sul marciapiede.
Non riuscivo a godermi il sole d’agosto e l’Esame di Stato per l’anno in arrivo peggiorava le cose. Incrociando una stradina secondaria notai un bimbo trascinare la madre con entrambe le mani verso un gazebo colorato di bianco e blu. Sotto di esso due ragazze con indosso la casacca della squadra porgevano volantini e moduli d’iscrizione ai passanti, concedendo addirittura autografi e dediche.
– Pallaveloce! Pallaveloce! – gridò il bimbo senza mollare la presa. – Dai mamma, iscrivimi per favore!
– Mirko, dai, smettila. Non cominciare anche tu con questa mania della pallaveloce.
– Ma io voglio diventare forte come gli S6! Non sai che sono fortissimi?
La madre sbuffò, ma si arrese e si lasciò trascinare fino al gazebo. Stavo per allontanarmi quando una delle ragazze attirò la mia attenzione: il suo volto non mi era nuovo. Preso dalla curiosità mi avvicinai fingendo di voler leggere qualcuno dei volantini e iniziai a udire la conversazione tra la madre e una delle ragazze.
– Questo sport, oltre a essere salutare può migliorare l’agilità, la resistenza fisica e soprattutto la capacità di prendere decisioni in tempi brevi. Il nostro primo mese di corsi è gratuito per tutti, perché non viene a provare?
– Beh… perché no… si può fare…
La madre, adesso, sorrideva. Sembrava un’altra persona.
– Inoltre teniamo anche corsi per gli over 33, può provare anche lei – aggiunse l’altra ragazza facendo un gesto verso la signora, che arrossì.
– Ma io non saprei se…
– Non si preoccupi, le assicuro… Albi?
Sentendo il mio soprannome mi voltai di scatto. La ragazza mi aveva notato e, da vicino, la potevo osservare meglio: era piuttosto alta, almeno un metro e settanta, con grandi occhi neri, carnagione scura e lunghi capelli lisci e corvini raccolti in una coda.
– Alessandra? – balbettai. La mia compagna di scuola alle elementari: già… era proprio lei. Non potevo credere ai miei occhi.
– Giulia, puoi proseguire tu con la signora, per favore? – domandò rivolgendosi alla sua collega di fianco.
– Ci penso io – rispose l’altra.
Alessandra tornò a guardare me mentre Giulia proseguì a parlare con la signora e il suo bimbo. Io dovevo ancora riprendermi dallo shock.
– Giochi a pallaveloce nella Sangiovannese? – domandai.
– Da tre anni. Sorpreso?
– Non troppo: sei sempre stata la sportiva della classe.
La vidi sorridere appena.
– E tu cosa fai, Albi?
– Cerco di sopravvivere in vista degli esami.
– A parte quello?
– La solita vita di merda.
– I tuoi?
– Stanno bene, almeno finché non porto a casa l’ennesimo 4.
– Fidanzata?
– Ale, ti prego, non tocchiamo questo tasto.
Alessandra scoppiò a ridere, poi tornò a porre domande:
– Sei venuto per iscriverti?
– Eh?
– Sei venuto al gazebo per iscriverti?
– Ah, no. Mi era parso di vedere qualcuno di mia conoscenza… e sembra che non mi sia sbagliato.
– Anche a me fa piacere che tu stia bene. Peccato, però: non sai che in periodi di stress come quello da quinta liceo praticare sport fa stare meglio?
– Non mi interessa nessuno sport da un tot… meno che meno la pallaveloce.
La mia ex compagna di scuola tornò seria e chinò la testa.
– Pazienza – sospirò.
– Scusami, non volevo sembrare scortese… è solo che un gioco che combina pallavolo e pallamano in maniera strana non fa proprio per me.
– Ci hai mai giocato?
– No, ma non m’interessa, davvero. La pallaveloce è da bambini.
Alessandra alzò le spalle in segno di resa mentre nel frattempo l’altra ragazza aveva finito di parlare con la coppia madre e figlio. A giudicare dai moduli che entrambi tenevano in mano mentre si allontanavano intuii che era riuscita nell’intento. La calca di gente che circondava il gazebo sembrava dispersa.
– Certo che c’era un bel casino, qui – commentai. Alessandra sorrise.
– Niente di strano, direi – replicò la mia ex compagna facendo un cenno con la testa verso l’altra sua collega.
– Che intendi dire? – domandai. Alessandra non rispose e picchiettò con un dito la spalla dell’altra.
– Ehi, Giulia: questo è Alberto. Eravamo insieme alle elementari, sai? – disse indicandomi.
– Piacere – fece Giulia stringendomi la mano, ma notai che aveva gli occhi svogliati.
– Albi, lei è Giulia – spiegò Alessandra – ed è nientemeno che la…
Non ebbe tempo di finire che questa mi apostrofò:
– Un gioco da bambini, dici?
Avvertii una certa tensione. Giulia era una ragazza molto diversa rispetto ad Alessandra: più bassa, con capelli lisci e di un castano chiaro quasi tendente al rosso e una carnagione bianchissima. Ma, soprattutto, era molto meno sorridente.
– Una mia onesta opinione – replicai secco.
– Un tuo diritto, già… – commentò Giulia con malcelata ironia. Per un istante, le mie tempie parvero emettere fumo.
– Non intendevo offendere nessuno, chiedo scusa, ok? – sbottai cercando di terminare in fretta la conversazione.
– Non fa niente. Abbiamo già abbastanza problemi con i maschi.
Di fronte a quelle parole, Alessandra intervenne:
– Adesso non esageriamo, dai…
– Ale, l’ultima amichevole, se non ricordo male, è finita zero a zero perché per quanto tu fossi fenomenale in porta nessuno dei tuoi attaccanti maschi del livello A era capace di segnare a quegli scarsi della Rialese – replicò Giulia in tono glaciale.
Ecco una cosa davvero peculiare: nella pallaveloce i maschi e le femmine non giocavano in squadre separate. Le sole differenze erano dettate dalla fascia d’età e questo mi faceva ulteriormente disprezzare quello sport: che senso aveva, considerando lo squilibrio in termini di forza fisica tra i sessi?
– Che sorpresa… sei un portiere, Ale? – intervenni cercando di calmare le acque.
– Sì. Bello, eh? Ma non è un ruolo facile.
– Ma cos’è il “livello A”?
Notai Giulia alzare le spalle e voltarsi mentre Alessandra mi rispose:
– Da noi ogni giocatore viene separato per fascia d’età, dopodichè viene assegnato a un livello specifico di competenza a seconda della sua bravura. Questi livelli vanno dal principiante assoluto, il livello E, e salgono fino ai livelli D, C, B e A.
– Come i voti negli Stati Uniti?
– Esatto.
– Interessante. Ma perché così tanti? – domandai incuriosito.
– Sono selezionati secondo precisi criteri.
– Considerato il gioco, immagino che chiunque con un po’ di fisico prestante arriverebbe al livello A in breve…
– Provaci!
Mi bloccai di colpo, ma Alessandra non aveva aperto bocca. Le parole dovevano essere per forza di Giulia. Spostai lo sguardo e vidi che era tornata a fissarmi. Notando che non replicavo, aggrottò le sopracciglia e riprese:
– Visto che sembri il classico spanizzo, vieni a provare il nostro mese gratis. Se in trenta giorni riesci a scalare tutta la gerarchia fino al livello A ti chiederò pubblicamente scusa davanti a tutti i nostri atleti. Sottolineo tutti i nostri atleti. Sul momento non risposi, poi mi resi conto che la mia parte di posta in gioco non prevedeva umiliazioni pubbliche.

“Ma sì, tanto cosa ho da perdere?” pensai.

In realtà, il mio orgoglio avrebbe subito uno smacco enorme in caso di sconfitta. Lo stesso orgoglio che mi aveva indotto ad accettare la scommessa. Non sarebbe stata un’umiliazione pubblica, ma mi avrebbe distrutto dentro.
– Accetto – risposi.
– Ottimo: i moduli sono lì – disse Giulia indicando una pila di fogli sul tavolo del gazebo.
Alessandra mi guardò preoccupata e intervenne:
– Non sei obbligato ad accettare, Albi.
– Ma è gratis, chi se ne frega!
– E va bene… – sospirò Alessandra. – I corsi per la fascia 18-32 sono dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 20. Comunque sui volantini trovi tutto il necessario.
– Addirittura cinque volte a settimana?
– Non dovresti sottovalutare la pallaveloce, anche se mi sa che l’hai già fatto – sospirò. – Ci vediamo domani alla palazzina. Oh… e vedi di arrivare verso le 18, se puoi, così possiamo sistemare tutti i ciappini per assegnarti al tuo livello con calma.
– Non si parte direttamente dal livello E?
– No. Abbiamo alcune prove preliminari che sottoponiamo anche agli atleti di altre palestre, per collocarli con altri al loro livello.
– Ne avete così tanti, di atleti che emigrano da voi?
– Più di quanti non pensi – replicò sorridendo. Intuii che era molto fiera di far parte della squadra più forte del mondo. Afferrai il primo modulo della pila insieme a un volantino e stavo per allontanarmi, quando la voce di Alessandra mi fermò nuovamente:
– Oh, aspetta: forse per te è meglio avere anche questo.
Allungò la mano e mi porse un libricino bianco intitolato “Il gioco della Pallaveloce – Regolamento Ufficiale”
– Potrebbe esserti utile, no? – chiese sorridendo.
– Lo leggerò stasera, grazie – replicai afferrandolo e sistemandolo in tasca.
Dopo averla salutata mi voltai e non mi sfuggì lo sguardo penetrante di Giulia, che pareva non volersi staccare da me, ma cercai di non farci troppo caso. Arrivato a casa mi misi subito a sfogliare il libricino, giusto per vedere se non ci fosse qualcosa che non sapessi già.

IL GIOCO DELLA PALLAVELOCE
REGOLAMENTO UFFICIALE

1.Il gioco si svolge tra due squadre di sei giocatori (inclusi i portieri) ciascuna. A eccezione del portiere, tutti i ruoli possono essere interpretati da più di un giocatore contemporaneamente. Il terreno di gioco misura 10×24 metri con due porte di 2 metri di larghezza e 1 metro di altezza. Le aree dei portieri si estendono dai lati corti del terreno di gioco per 2 metri, per un totale di 10×2 metri (v. fig. 1). Lo scopo del gioco è far entrare la palla nella porta avversaria più volte dell’altra squadra.
1a. La palla devʼessere costituita esclusivamente da una sfera di gommapiuma di diametro non superiore ai 110mm e non inferiore ai 105mm (v. fig. 2)
1b. Tutte le aree di gioco sono egualmente accessibili da tutti i giocatori
1c. Ogni squadra deve provvedere, oltre ai sei giocatori in campo, almeno altri sei giocatori addizionali che possano sostituire i giocatori in campo a partita in corso.
1d. Non esiste limite al numero di sostituzioni che ogni squadra può effettuare nel corso di una partita, a condizione che esse vengano effettuate mentre il gioco è fermo.
2. La durata di ogni incontro è di 3 tempi di 30 minuti continui, non effettivi, con un intervallo di 10 minuti tra un tempo e l’altro.
3. La palla NON può essere trattenuta, toccata o colpita intenzionalmente per più di una volta di seguito dallo stesso giocatore. Può essere colpita in maniera volontaria esclusivamente tramite l’uso di qualunque parte del corpo dai fianchi in su.
3a. In caso di tocco involontario della palla con una parte del corpo dai fianchi in giù il gioco prosegue normalmente, tuttavia il giocatore che ha eseguito tale tocco non potrà in ogni caso toccare nuovamente la palla fino a quando essa non sarà stata toccata da un altro giocatore di qualunque squadra o sarà uscita dal campo di gioco.
3b. E’ tuttavia possibile per ogni giocatore tentare di opporsi al movimento della palla con il proprio corpo tramite l’uso di qualunque parte di esso A CONDIZIONE che ENTRAMBI i piedi del giocatore in questione siano fermi e a terra. Nel caso in cui il giocatore frapponga intenzionalmente una parte del corpo non ammessa trovandosi ancora in movimento questo sarà considerato come azione fallosa.
3c. L’unica eccezione all’art.3 del regolamento è costituita dai Portieri. I Portieri, a differenza dei propri compagni di squadra, sono autorizzati sia a trattenere la palla che a colpirla volontariamente con qualunque parte del proprio corpo anche per più di una volta di seguito. Tuttavia, questo è valido ESCLUSIVAMENTE all’interno delle proprie aree.
3d. I Portieri possono liberamente uscire dalla propria area e rientrarvi in seguito, ma al di fuori di essa sono obbligati a colpire/toccare la palla secondo le medesime regole degli altri ruoli.
3e. Un portiere, tuttavia, NON può eseguire un tocco multiplo (V. 4a) colpendo la palla all’interno della propria area E immediatamente dopo colpirla al di fuori di essa, anche se il primo tocco è stato effettuato con una parte di corpo valida.
4. Le azioni fallose prendono denominazioni diverse a seconda della loro natura e sono sanzionate in maniera dipendente dal punto del terreno di gioco in cui sono state effettuate e dalla loro gravità intrinseca. Le Azioni Fallose di Tipo 1 e 2 sono sindacabili dai capitani delle squadre e dagli allenatori.
4a. Azioni fallose di Tipo 1
Le azioni fallose di Tipo 1 sono sanzionate con rimessa a favore della squadra avversaria del giocatore che le ha commesse. Con Rigore se effettuate all’interno dell’area avversaria. Rientrano tra le Azioni Fallose di Tipo 1 le seguenti infrazioni di gioco:
TOCCO MULTIPLO (denominato anche “doppio”, “triplo” o più)
Si ha tocco multiplo quando un giocatore che non sia il portiere all’interno della propria area tocca volontariamente o involontariamente la palla per più di una volta di seguito.
TRATTENUTA TECNICA
Si ha una trattenuta tecnica quando un giocatore che non sia il portiere all’interno della propria area trattiene la palla con una qualunque parte del corpo.
TOCCO ILLECITO
Si ha tocco illecito quando un giocatore che non sia il portiere all’interno della propria area tocca volontariamente la palla con una parte del corpo al di sotto dei propri fianchi.
DIFESA ILLECITA
Si ha difesa illecita quando un giocatore che non sia il portiere all’interno della propria area frappone una parte del corpo al di sotto dei propri fianchi tra un giocatore avversario che sta colpendo la palla e la traiettoria del tiro di quest’ultimo mentre uno o entrambi i piedi sono in movimento. Tuttavia, la Difesa Illecita non si applica nel caso in cui la palla sia stata colpita da un giocatore della medesima squadra invece che della squadra avversaria. Il giocatore in questione, in ogni caso, non potrà toccare nuovamente la palla per la seconda volta di seguito, come da regolamento standard.
4b. Azioni Fallose di Tipo 2
Le Azioni Fallose di Tipo 2 sono sanzionate con semplice richiamo verbale la prima volta che vengono commesse, con ammonizione la seconda volta e con espulsione diretta dall’incontro la terza volta. L’arbitro può, a sua discrezione, sanzionare direttamente con ammonizioni o espulsioni determinate Azioni Fallose di Tipo 2 nel caso in cui le ritenga gravi abbastanza da giustificare la sanzione imposta. Rientrano tra le Azioni Fallose di
Tipo 2 le seguenti infrazioni di gioco:
GIOCO PERICOLOSO
Si ha Gioco Pericoloso quando un giocatore effettua (anche involontariamente) movimenti che possono potenzialmente arrecare danno ad altri giocatori, anche se questo non viene effettivamente arrecato.
TRATTENUTA FISICA
Si ha una trattenuta fisica quando un giocatore trattiene volontariamente per la casacca o per una qualunque parte del corpo un avversario impedendogli di muoversi.
4c. Azioni Fallose di Tipo 3
Le Azioni Fallose di Tipo 3 sono sanzionate con l’espulsione diretta dall’incontro. L’arbitro non potrà mai in nessun modo applicare sanzioni inferiori per tale tipo di Azione Fallosa. Le sanzioni per le Azioni Fallose di Tipo 3 sono le sole a essere insindacabili. Rientrano tra le Azioni Fallose di Tipo 3 le seguenti infrazioni di gioco:
CONDOTTA ANTISPORTIVA
Si ha condotta antisportiva quando un giocatore rivolge improperi, insulti, offese o, in ogni caso, ricorre a un linguaggio violento nei toni o denigratorio nei confronti di un avversario.
GIOCO VIOLENTO
Si ha Gioco Violento quando un giocatore colpisce volontariamente un altro giocatore con qualunque parte del corpo arrecandogli danno fisico, anche se non visibile.

– Albi, cosa fai ancora in camera?
L’urlo di mia madre interruppe la lettura e mi fece tornare nel mondo reale. Mi ero lasciato completamente assorbire.
– Arrivo subito – gridai dal piano di sopra.
Quando scesi per la cena i miei erano già a tavola. I quadrucci nei piatti avevano l’aria invitante in quanto impazzivo per qualunque cosa in un brodo: magari sembravano fuori luogo con la torrida estate bolognese, ma li divorai con gusto pensando a come comunicare la novità.
– Ho rivisto Alessandra: gioca a pallaveloce nella Sangiovannese come portiere.
– Ma dai! – sorrise mia madre. – È sempre stata una ragazza così carina.
– E sicuramente con un fisico migliore del tuo – aggiunse mio padre.
– Stavo pensando di iscrivermi là da lei già da domani. Usufruirei del primo mese gratis.
Mio padre rimase immobile un istante col cucchiaio immerso nel brodo.
– Oh… era ora che ti decidessi a fare un po’ di attività fisica – commentò.
– Ti ha convinto lei? – chiese mia madre.
– Sì, è stata brava.
Col cavolo che avrei citato Giulia e la nostra scommessa. Meglio far credere loro che fosse stata opera di Alessandra. Poi mio padre attaccò:
– Ti sei innamorato?
Per poco non sputai il brodo nel piatto: avevo avuto una cottarella per Alessandra a dieci anni, ma erano le classiche bambinate da scuola primaria e nulla di serio. Decisi allora di prenderla sul ridere.
– Non proprio, papi, ma ci farò un pensierino.
– Faresti bene: non solo è sportiva ma pure una gran bella gnocca.
– Ehi! – rise mia madre dando una pacca sul braccio a mio padre.
– Vero, eh? – sospirai girando e rigirando il cucchiaio a caso nel piatto. Alla fine, terminai la cena in silenzio. Concluso il pasto tornai in camera e compilai il modulo d’iscrizione. In questo modo, l’avrei avuto pronto per l’indomani. Il volantino non m’interessava molto, così lo lasciai sulla scrivania senza toccarlo. La giornata successiva cercai di riposare e mangiare a dovere, considerato che avrei avuto i test per il livello e più fossi andato vicino alla A meglio sarebbe stato.
Arrivai ben prima delle 18 davanti al palazzetto, o “palazzina”, della Sangiovannese e ne fui subito colpito. Lo ricordavo banale e con una semplice palestra all’interno, ma ora il termine “palazzina” pareva riduttivo: si trattava di un autentico complesso d’edifici con tanto di vialetto alberato d’ingresso e ampio parcheggio. Cartelloni pubblicitari di aziende sportive famose in tutto il mondo erano disseminati ovunque: non vi era dubbio che i proventi incassati dagli sponsor dopo la vittoria al mondiale avessero fruttato parecchio denaro.
L’edificio principale era un colossale palazzo di cemento armato ed enormi vetrate che si estendeva per parecchie decine di metri di larghezza e almeno qualche centinaio dall’altro senso. Cercai di non fare caso alla spettacolare magnificenza davanti ai miei occhi per concentrarmi sui collocamenti che mi attendevano. Appena entrato, gradii subito il fresco dell’aria condizionata e il profumo di detersivo.

La sala principale dell’ingresso terminava con un corridoio che conduceva agli spogliatoi ed era disseminata di numerose scrivanie con istruttori e atleti che raccoglievano iscrizioni. Rimasi per un po’ assorto nell’osservare le tante sale d’allenamento e i tanti campetti coperti quasi open air in quanto circondati da pannelli e porte trasparenti: al loro interno, maschi e femmine d’ogni età si davano da fare al massimo correndo da una metà campo all’altra. Le imponenti vetrate che avevo osservato da fuori delimitavano la parte esterna, creando di fatto una specie d’illusione ottica che riproduceva l’impressione di trovarsi all’aria aperta. Una voce femminile mi chiamò da dietro una delle scrivanie:
– Albi! Da questa parte, vieni.
Mi voltai e scorsi Alessandra salutarmi a braccia spianate. Alzai il pollice e mi avvicinai.
– Spero di essere in orario per la burocrazia – commentai guardandomi intorno.
– Penso di sì. Se fossi arrivato alle 18:30 avresti trovato una fila che arrivava al parcheggio.
Sgranai gli occhi.
– Dal parcheggio sono quasi cento metri.
– Oggi è il primo del mese. I rinnovi delle iscrizioni e i nuovi tesseramenti si fanno quasi sempre in questo periodo – rispose Alessandra sorridendo.
– Giusto per curiosità… quanti iscritti avete qui?
– Per l’esattezza 1121. Quasi il 90% comunque è assegnato ai livelli C, D ed E.
– Oh porca…
Fui costretto a fare una pausa, prima di riprendermi dallo stupore.
– Prima della vittoria al mondiale quanti eravate? – domandai.
– Circa una ventina.
– Alla faccia della differenza.
– Quando hai brand di un certo spessore che vengono a investire milioni di euro nelle tue strutture solo per il fatto di aver vinto un mondiale a sorpresa questo è ciò che succede.
– Pubblicità gratis – osservai.
– Tantissima.
– E mi stai dicendo che solo il dieci percento raggiunge i livelli dal B in su?
– Esatto, anche se a seconda dell’età può essere più o meno difficile… aspetta: ti mostro una cosa.
Alessandra ticchettò qualcosa al computer sulla scrivania, poi voltò lo schermo verso di me, mostrandomi la tabella con gli appartenenti ai vari livelli e fasce d’età.

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– Come puoi vedere, è più facile raggiungere le fasce alte se sei nel pieno della tua maturità fisica. Chiaro, no? – puntualizzò Alessandra indicando lo schermo.
– Mi pare logico.
– Visto quanti pochi arrivano al livello A in proporzione?
– Sì, non me l’aspettavo. Oh… ora che ci penso tu sei nel livello A, se non ricordo male.
– Esatto. Sono il portiere titolare della squadra professionista di riserva quando gli S6 non sono disponibili.
– Scusa? La “squadra professionista di riserva”?
– Gli S6 non possono sostenere il cento per cento delle infinite amichevoli che ci chiedono. A causa della nostra fama ci sono sempre decine di squadre che vogliono organizzarne con noi. All’inizio avevamo intenzione di declinarle, poi ci siamo accorti che per i ragazzi e le ragazze del livello A era un ottimo allenamento.
– Certo che sei fortunata… stai nel livello A categoria PRO, quindi hai la fortuna di allenarti insieme a quei mostri lì… gli S6!
Alessandra sospirò.
– Credo che tu abbia preso un abbaglio.
– Scusa?
– Non hai letto il volantino che hai preso ieri al gazebo? – feci scena muta e Alessandra sospirò, intuendo che non l’avevo fatto.
– Mi interessava ripassare il regolamento e compilare l’iscrizione, scusa – spiegai.
– Questa è proprio da te, Albi.
Mi sentii come un bambino rimproverato dalla maestra per lo scarso impegno.
– Sai che nei gradi in lettere esiste una categoria al di sopra della A? – riprese Alessandra.
– No – ammisi.
– Esiste un livello a parte, riservato a chi ha quel talento che nasce una volta ogni dieci anni: il livello S.
Qualcosa si accese nella mia testa.
– Intendi dire che gli S6…
– Esatto: sono gli unici ad appartenere a quel livello e da lì proviene il loro soprannome. Questo tecnicamente renderebbe il numero dei tesserati 1127, ma loro li escludiamo dal totale per prassi.
– Sei atleti dotati di un talento disumano pescati nella sola San Giovanni? – chiesi sbigottito.
– Bello, eh? Quante possibilità pensi che ci fossero?
– Meno di una su un miliardo, azzarderei.
– Forse pure meno. Ma è anche grazie a questo che siamo diventati così popolari.
– Si allenano da soli? – domandai.
– Sempre. Il loro allenatore è anche un membro della squadra, quindi non si servono di staff esterno.
– Non hanno riserve?
– In teoria sì, ma in realtà no. Agli incontri ufficiali scelgono sei membri del livello A per accompagnarli e ottemperare al regolamento, ma nessuno di loro è mai sceso in campo. Inoltre le qualità tecniche e fisiche degli S6 sono impressionanti: anche al 50% si mangiano a colazione tutti quelli di livello A più forti.
– Li descrivi come se fossero alieni – commentai. Alessandra sorrise e scosse la testa.
– In un certo senso lo sono.
Rimasi in silenzio per un po’, cercando di non apparire impressionabile.
– Stavo notando che i vecchietti hanno una distribuzione più equilibrata: questa sì che è una sorpresa! Inoltre i loro livelli A sono gli stessi delle giovani promesse…
Alessandra stava per replicare ma una voce dietro di me ci interruppe.
– Ohi! Ti sei mai chiesto perché nella pallaveloce maschi e femmine giochino insieme?
Mi voltai per vedere chi avesse parlato. Dietro di me era apparso un ragazzo sui 25 anni con il volto imperlato di sudore. Indossava la casacca della Sangiovannese e aveva un asciugamano attorno al collo. Era piuttosto alto, con capelli corti scuri a spazzola e due occhi azzurri molto penetranti. Dei piccoli orecchini d’argento rotondi gli decoravano entrambi i lobi. A vederlo così sembrava un teppista, ma attraverso la sua casacca si notava che la muscolatura era quella di un vero atleta.

Notai Alessandra congelata dietro la scrivania e tutta la sala intorno a noi intenta a bisbigliare, poi la mia amica prese parola:
– A cosa devo questa visita inaspettata, Zeno?
– Giulia mi ha raccontato di questo tuo amico, Alberto, ed ero curioso di vedere se si sarebbe presentato davvero – rispose lo sconosciuto.
– Oh, sì – confermò Alessandra. – Si è iscritto proprio adesso e sosterrà le prove di livello a breve.
– Non vedo l’ora! – gongolò Zeno mentre Alessandra, notando il mio silenzio, mi guardò con la testa inclinata.
– Albi, caspita, si vede proprio che il volantino non l’hai calcolato di striscio.
– Eh? – fui colto alla sprovvista. Zeno scoppiò a ridere.
– Ohi! Mi piacciono i ragazzi come lui: riescono a pensare soltanto a ciò che devono fare ed è una qualità sempre più rara al giorno d’oggi.
Alessandra finse un colpo di tosse prima di replicare:
– Albi, lui è Zeno, allenatore e regista degli S6 della Sangiovannese, la squadra campione del mondo in carica.
Il mio cuore mancò un battito. Zeno mi mise una mano sulla spalla.
– Ohi! La pallaveloce non è una sola questione di fisico, sai? – sollevò la mano e premette l’indice sulla mia fronte riuscendo a farmi indietreggiare di un passo. – La maggior parte del lavoro e del talento in questo sport viene da lì dentro.
– Dalla testa? – domandai.
– Dalla testa! – confermò Zeno. – Per questo i più maturi d’età hanno comunque un vantaggio che compensa il loro fisico invecchiato.
– Non riesco proprio a capire come sia possibile.
– Ohi! Tranquillo, sono certo che capirai presto. A quanto ammonta la tua media scolastica, giovanotto?
Non era esattamente la domanda che mi aspettavo.
– Ogni volta passo con la sufficienza risicata – ammisi. Zeno trattenne una risata.
– Ah, ecco… ora capisco perché Giulia è certa di vincere la scommessa.
Strinsi i pugni cercando di controllarmi.
– Io l’ho vista, la signorina Giulia, e non mi pareva certo una grande atleta. Adesso mi sento dire che per il solo fatto di essere intelligente può competere con il fisico dei maschi?
– Se non ne fosse stata convinta penso che avrebbe accettato di frequentare la Normale di Pisa invece di abbandonare gli studi per dedicarsi alla pallaveloce a tempo pieno.
Spalancai gli occhi, faticando a credere a ciò che avevo udito. Stava parlando di “quella” Normale? Alessandra intervenne, notando il mio silenzio.
– Il QI di Giulia ammonta a quota 177. E’ tra le dieci persone più intelligenti al mondo.
Cercai di ricompormi per replicare:
– E il tuo, Ale? Ricordo che la tua media era tra il 7 e l’8 a scuola.
– Non ho mai sostenuto un test per il QI ma io sono aiutata anche dall’altezza. Avere un buon fisico e una buona testa è ciò che ti permette di arrivare in alto in questo sport.
– Quindi Giulia avrebbe sopperito con la sua intelligenza alle sue mancanze fisiche arrivando al livello A come te?
Zeno e Alessandra si guardarono in silenzio per un attimo prima di tornare a fissarmi.
– In realtà…
Alessandra s’interruppe e fece una lunga pausa. Sembrava indecisa se continuare o meno.
– In realtà cosa? – insistetti.
– In realtà… Giulia sarebbe l’ala destra titolare degli S6.
– Ohi! A dirla tutta, Giulia sarebbe il capitano degli S6 – sogghignò Zeno – ed è appena appena ritenuta la pallavelocista più forte della storia… oh, beh: suppongo ci volesse giusto uno come te per non saperlo.
– Te lo stavo per dire al gazebo, ieri – aggiunse Alessandra notando la mia faccia – ma lei mi ha interrotto perché l’avevi fatta incazzare di brutto.
Allungai in silenzio il modulo compilato ad Alessandra, mentre Zeno non smetteva di fissarmi.
– Da questa parte – disse Alessandra facendo cenno di seguirla lungo il corridoio con gli spogliatoi, mentre Zeno mi fece l’occhiolino e alzò il pollice nella mia direzione prima di allontanarsi. Alla fine del corridoio vi era una porta che, una volta aperta, rivelò un immenso cortile interno, circondato dagli edifici del complesso. Il calore del sole e il profumo d’erba e fiori m’investirono all’istante. Sparsi per il cortile vi erano innumerevoli campi di gioco circondati da pannelli trasparenti uguali a quelli che avevo notato dentro. Una decina di tecnici e allenatori in tuta societaria stavano scambiando quattro chiacchiere nel vialetto del cortile mentre, gradualmente, tutto il posto iniziò a riempirsi di gente d’ogni età.
– Ecco che iniziano a venire tutti i tuoi colleghi – notò Alessandra.
– Tutti qui per essere collocati?
– Oh, yeah! E quegli allenatori sono qui per valutarvi.
Mentre la tensione aumentava, uno degli allenatori, un uomo sulla cinquantina con i capelli brizzolati e un’espressione divertita, notò il mio gruppo e venne verso di noi.
– Ehilà, Alessandra! – esclamò.
– Signor allenatore, buongiorno – replicò Alessandra andandogli incontro.
– Roberto, Ale… Roberto! – la ammonì l’anziano tecnico.
– Faccio ancora fatica, signor allenatore.
– Mamma mia… – sospirò l’uomo voltandosi verso di me – i giovani d’oggi o sono troppo rispettosi o non lo sono per niente, vero?
Abbozzai un sorriso imbarazzato.
– Sign… Roberto… Lui è Alberto, è venuto a sostenere le prove di collocamento.
– Oh – l’espressione del tecnico mutò in sorpresa – Sei il famoso?
– “Il famoso”? – chiesi stupito.
– Chiedo scusa – intervenne Alessandra, che aveva l’aria di chi aveva appena mangiato la foglia – in quanti sanno di lui, qui dentro?
– Fammi pensare… tutti? – disse Roberto in tono sarcastico alzando le sopracciglia. – Se Giulia vuol far sapere qualcosa in giro per la palazzina le bastano due o tre ore.
Alessandra non parve felice, ma per quello che mi riguardava poteva pure saperlo tutta San Giovanni. A me interessava solo vincere la scommessa. Non ero certo di farcela al primo colpo, ma sapevo che se fossi riuscito a farmi collocare minimo al livello B la scalata sarebbe stata già più agevole. Una voce al megafono interruppe i miei pensieri.
“Per cortesia: tutti i candidati si mettano in fila davanti ai campi assegnati alle loro fasce d’età. A breve inizieremo con le prove di collocamento. Grazie!”
Alessandra mi accompagnò lungo alcuni campi recanti la scritta “18-32 PRO” prima di augurarmi l’in bocca al lupo e tornare alle sue mansioni di segreteria. Ero rimasto solo e l’assenza della mia ex compagna di scuola improvvisamente si fece sentire. Non avevo avuto idea di quanto la sua presenza fosse stata tranquillizzante per me fino a quel momento. Fissai una delle mie mani: era sudatissima, anche se non avevo ancora corso un metro. Mi guardai intorno, notando la calca di gente che si scaldava o si allungava. Qualcuno palleggiava in silenzio per i fatti suoi, qualcun altro giocherellava col proprio smartphone: ovunque mi voltassi, mi pareva di scorgere persone più brave, più rilassate e più concentrate di me.

All’improvviso udii una voce familiare.
– Sembri piuttosto teso. Non avevi detto che era un gioco da bambini?
Spalancai gli occhi dallo spavento e mi voltai per capire chi avesse parlato. Era sicuramente la voce di Giulia, ma quella che mi stava accanto non aveva nulla in comune con lei: la ragazza che stavo osservando vestiva un lungo pareo arancione decorato da motivi floreali che lasciava scoperte le braccia bianchissime. Calzava sandali infradito, indossava occhiali da sole e un cappello di paglia sulla testa. Notando che non spiccicavo parola, riprese:
– Non pensavi davvero che sarei venuta con la mia casacca, vero? Mi avrebbe riconosciuta chiunque.
La mia bocca si abbassò da sola: era davvero Giulia. Sembrava un’altra persona rispetto al maschiaccio del giorno prima: quella tenuta la rendeva particolarmente femminile, anche se il carattere era identico a quello che già conoscevo.
– Sei venuta apposta per me? Che bel pensiero… – commentai cercando di pizzicarla, ma lei non mutò espressione.
– Vengo sempre in incognito ai collocamenti – spiegò lei – ma è vero che sono molto curiosa di vedere come andrai.
– Le femmine negli S6 sono tutte così pungenti o ce ne sono di più tranquille?
– Sono l’unica femmina negli S6. Giusto tu potevi non saperlo.
– Oh, allora non ho proprio speranze – dissi con un tono a metà tra l’ironico e il rassegnato.
– Prima di preoccuparti di questo dovresti pensare a dove verrai collocato, non trovi? – replicò Giulia mutando la sua espressione in un ghigno malizioso: probabilmente si augurava la mia disfatta totale, ma ero intenzionato a disilluderla. La fissai un istante, nella sua semplicità, chiedendomi come fosse possibile che quella ragazza fosse la maggiore leggenda vivente di questo sport. Non mi ero mai trovato a riflettere così tanto sul proverbio “le apparenze ingannano” quando udii uno dei tecnici pronunciare “Gamberini!”. Mi alzai dal prato e mi avvicinai. Il tizio mi allungò un pettorale e me lo fece indossare. Insieme a me notai un’altra dozzina di persone: avremmo sostenuto il collocamento tutti in una volta.
– Un attimo di attenzione, per favore – esordì lo stesso tizio – questo gruppo si prepari per i primi esercizi di prova nel campo di parquet. Seguiranno erba per seconda e sintetico alla fine. – Tre terreni diversi? – mormorai tra me e me.
– Non hai mai giocato a pallaveloce in vita tua? – chiese la ragazza alla mia destra che, a quanto pare, aveva sentito. Mi voltai, colto alla sprovvista, e ammisi la verità.
– Mai.
– Ci sono tre terreni diversi sui quali si può disputare un incontro: erba, parquet e sintetico. In alcuni tornei i terreni sono prestabiliti, in altri vengono sorteggiati prima di ogni match. In ogni caso, nessun torneo si svolge interamente su un terreno solo.
– In poche parole serve capacità di adattamento.
– Esatto. Molti considerano la pallaveloce un misto tra pallamano e pallavolo, ma penso sarebbe più corretto dire che è un misto tra pallamano, pallavolo e tennis.
– Non ci avevo pensato: la palla di gommapiuma è molto soggetta alle variazioni di terreno quando rimbalza. Suppongo che sull’erba rimbalzi di meno, sul sintetico di più e il parquet sia una sorta di via di mezzo.
– Non sono solo i rimbalzi, ma anche l’attrito nei lanci rasoterra e lo sforzo nei movimenti: ad esempio l’erba causa molto più attrito e rende più faticoso muoversi – precisò la ragazza misteriosa.
– L’erba è una brutta bestiaccia – commentai in fretta, cercando di ignorare la tensione.
– Allo stesso tempo, però – proseguì la ragazza – se hai disputato un intero incontro sull’erba e sei abituato a essa ma il giorno dopo devi giocare su un terreno diverso tutto il tuo setup mentale deve essere resettato perché per novanta minuti sarai costretto ad abituarti ad altri parametri, sia di movimento della palla che di te stesso.
– Merda! Non è affatto un gioco semplice e semplicistico… – esclamai mordendomi un’unghia d’istinto. In quel momento, le mie certezze vacillarono.
– Solo uno poco sano di mente lo penserebbe – rise lei. Io mi guardai bene dal riferirle che la persona con cui parlava era, 24 ore prima, uno dei tizi poco sani di mente di cui sopra.
– Comunque piacere, io sono Alice – disse porgendomi la mano.
– Alberto – risposi in automatico ricambiando la stretta. Alice era una ragazza piuttosto singolare: statura media, capelli ricci castani e due enormi occhiali tondi dietro ai quali si celava uno sguardo perso nel proprio mondo. Sembrava la classica secchiona con la media del nove, ma stando alle parole di Zeno si trattava di qualcuno già in vantaggio su di me. Ci fecero sistemare ai nostri posti: la prima prova consisteva nel passarci la palla a vicenda. Non sembrava un compito difficile, in apparenza, salvo che alla prima palla che toccai, cercando di ribatterla la mandai altissima, ben sopra le teste di tutti gli altri.
– No, no! – mi ammonì Alice. – Non devi tenere il polso rigido quando colpisci altrimenti la palla va dove le pare: pensa a una frusta.
Udii qualche risata in mezzo al gruppo, ma cercai di non farci caso. Una volta imparato come impostare il corpo, i miei passaggi si fecero sempre più precisi e, alla fine, Alice mi fece anche un cenno di “ok” con la mano. Ci spostammo sul campo d’erba, dove lo scopo del nuovo esercizio era eseguire una combinazione passaggio-passaggio-tiro a gruppi di tre, con una porta vuota a fare da bersaglio finale. Anche lì, sebbene non sempre con l’angolazione che volevo, riuscii a impattare in modo corretto i passaggi e i tiri centrando sempre il bersaglio. Ero molto soddisfatto di come stavo andando e la tensione sembrava essere cessata. Per la prova finale, sul sintetico, l’esercizio era identico a quello precedente, con la differenza che un allenatore si sarebbe frapposto tra i giocatori in attacco fungendo da difensore e cercando di impedirci di segnare. Non credetti ai miei occhi quando notai che si trattava di Roberto, l’allenatore di Alessandra che ci aveva abbordati prima. Alice concluse un’ottima prova, sia di passaggi che di tiri, ricevendo le congratulazioni dell’allenatore in persona, mentre altri tecnici, al di là dei pannelli trasparenti, stavano prendendo misteriose annotazioni.
Alice si avvicinò alzando la mano aperta verso di me e io risposi al suo Cinque aggiungendo uno “Yeah!”.
– Ora tocca a te. L’allenatore sembra forte, anche se ha più del doppio dei nostri anni.
– Sì, l’ho visto prima quando sono venuto nel cortile e già mi incuteva timore.
Roberto mi notò subito: mi fissò dritto negli occhi e iniziò a far schioccare le nocche dei suoi pugni chiusi, ma finsi di non notare la provocazione. Per il primo giro avrei dovuto eseguire il primo passaggio a un altro del mio gruppo, che a sua volta avrebbe effettuato l’ultimo passaggio prima che il terzo tirasse. Rilassai il polso e feci partire il passaggio ma Roberto lo intercettò semplicemente allungando una mano in avanti. La prima frazione era terminata dopo appena un secondo.
– Cazzo combini? – gridò uno degli altri.
– La prossima andrà meglio – replicai a denti stretti.
Sapevo che Giulia e Alice mi stavano guardando, ma non dovevo pensarci. Giulia, quella lì… quanto la odiavo, in quel momento. Sicuramente si stava facendo beffe di me. Per il secondo giro io sarei stato “quello in mezzo”, ovvero l’assistman. Il ragazzo che prima aveva protestato per la mia papera mi fece arrivare una buona palla e io, dopo aver visto la posizione dell’ultimo compagno, feci partire il mio assist salvo ritrovarmi ancora la mano di Roberto a intercettarlo. Ma come? Ero sicuro che la mia mira fosse stata corretta… come c’era riuscito? La tensione tornò a crescere e cercai di non fare caso agli sguardi degli altri due mentre mi preparavo all’ultima frazione, dove avrei interpretato “quello che avrebbe dovuto segnare”. I miei due compagni riuscirono con fatica a passare la difesa di Roberto e, proprio mentre stavo per impattare la finalizzazione, la mano enorme dell’allenatore si parò davanti a me per l’ennesima volta. Spaventato, colpii involontariamente la palla molto in basso facendola impennare.

Si sollevò un “oooooooh” dai pubblico stupito, mentre osservai incredulo la palla ridiscendere in picchiata, disegnando una parabola perfetta e insaccandosi in fondo all’angolino in basso a sinistra della porta. Era stato un chiaro colpo di fortuna, ma a giudicare dal silenzio qualcuno doveva aver pensato che la cosa fosse stata voluta. Roberto mi fissò per un attimo, dopodiché alzò le sopracciglia e tornò dai suoi colleghi. Le prove erano terminate e ci fecero uscire dai campi.

Appena fuori, vidi che accanto a Giulia si era piazzata Alessandra: entrambe stavano discutendo fissandomi. Non avevo idea di come fossi andato, di certo non avevo meritato di entrare nel livello A o B, ma speravo almeno di essere giudicato passabile per il livello C, considerato che le prime due prove erano andate benino.

“Non il livello D, non il livello D” pensai dentro di me facendo mille scongiuri. Mentre aspettavo il verdetto mi avvicinai ad Alessandra per salutarla.
– Ehilà, Ale!
Alessandra si fissò con Giulia per un po’, poi mi squadrò con occhi colmi di pietà, come se provasse pena per me.
– Livello E, immagino… giusto? – chiese a Giulia al suo fianco.
– Indubbiamente, Ale: livello E – replicò il capitano degli S6 in tono piatto.
– Inevitabile, direi – confermò Alessandra.
– Te l’avevo detto: non capisce niente di questo sport – infierì Giulia. – Era ovvio finisse così.
– Cosa? Mi prendete in giro, vero? – chiesi pensando scherzassero.
– Alberto Gamberini! – chiamò una voce alle mie spalle – Livello E!

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