Capitolo 2 – The Name

La leggenda degli S6 è una storia ambientata in un mondo in cui uno sport immaginario, denominato pallaveloce, è celebre in Italia al pari di calcio e pallacanestro, oltre che a essere diffuso a livello mondiale.

 

 

– Datti da fare con quelle gambe! Più veloce!
La voce di Gilberto, l’allenatore del livello E assegnato al mio gruppo, risuonava per tutto il campo. L’esercizio da eseguire quel giorno assomigliava a un allenamento di tennis: consisteva nel ribattere la palla in arrivo verso di noi oltre una rete. Per qualche ragione, avevo serie difficoltà a raggiungere le palle che atterravano più lontane del solito da me: Gilberto se ne accorgeva e mi fulminava con lo sguardo ogni volta, facendomi sentire a disagio.

Terminato l’allenamento percepii un vuoto inspiegabile dentro di me, generato da rabbia e frustrazione. Gli urli di Gilberto, uniti alle visioni di Giulia e della sua espressione di scherno, anche senza avere nessuno dei due accanto, stavano diventando la mia ossessione.

Senza nemmeno farlo apposta, dopo appena pochi passi fuori dal campo d’allenamento, incrociai Alice nel corridoio: grondava di sudore, ma era parecchio allegra.
– Albi! – esclamò venendomi incontro. Mentre si avvicinava, notai che i suoi occhialoni tondi erano leggermente appannati.
– Ehilà – replicai alzando appena una mano.
– Ho saputo che ti hanno messo nel livello E – fece lei sporgendo un labbro. – Mi dispiace…

Incassai quell’affermazione come un colpo basso, ma cercai di fingere indifferenza.
– A quanto pare me lo meritavo – dissi scrollando le spalle. – Poi a te com’è andata?
– Livello B! Evviva!
Sorrisi, ma in realtà ero geloso come non mai. Chiacchierammo qualche minuto del più e del meno, evitando con cura l’argomento collocamenti, quando tutto a un tratto sentii una mano sulla spalla. Mi voltai e scorsi Gilberto farmi cenno d’avvicinarmi a lui. Cosa mai poteva volere? Mi congedai da Alice con un breve saluto e il mio tecnico esordì:
– Gamberini, io e te dobbiamo parlare. Hai tempo extra stasera? Dovrai avvertire i tuoi che ti tratterrai più del solito qui.
Pensavo mi volesse rimproverare per l’allenamento ed ebbi un sussulto, ma mandai il messaggio ai miei senza chiedere spiegazioni.
– Cosa succede? – domandai.
Gilberto non rispose e mi fece cenno di seguirlo da un’altra parte. C’incamminammo lungo vari corridoi fin quando, con mia enorme sorpresa, mi ritrovai davanti ad Alessandra e il suo allenatore, Roberto. Quello che mi aveva umiliato durante la terza prova dei collocamenti.
– Ciao Albi – mi salutò lei.
– Ciao Ale. Che succede?
– Ho parlato con Roberto e stavamo pensando a cosa fare con te – spiegò. – Credo che tu abbia bisogno di capire un po’ di più dei…
– Hai sempre avuto questo fisico qua, Gamberini? – intervenne bruscamente Roberto,
interrompendo il dialogo. Rimasi interdetto, ma lui ricominciò:
– Rispondimi, Gamberini: hai sempre avuto questo fisico qua?
– Com’è il mio fisico? – domandai, non sicuro di cosa gliene importasse.
– Porca miseria, nemmeno conosci te stesso?
– Io vi lascio, devo andare – disse Gilberto sgattaiolando verso la porta, mentre Roberto continuava a fissarmi con occhi minacciosi.
– Il collega mi ha riferito poco fa delle tue prestazioni durante l’ultimo allenamento. Ora, io non so quante delle cose che mi dicono tu pensassi della pallaveloce prima di venire qua siano vere, ma di sicuro le tue prestazioni non ti rispecchiano.
Allungò un braccio e puntò l’indice contro i miei quadricipiti.
– Guarda quelle gambe scattanti: non riescono ad arrivare a una palla a qualche metro di troppo di distanza? Mi fai schifo! Non so nemmeno perché ho accettato di ascoltare ‘sta qua – proseguì indicando Alessandra. Io non accennai nemmeno a fiatare. La pressione che percepivo era indescrivibile.

– E adesso apri bene le orecchie, Gamberini – riprese. – Normalmente non starei a perdere tempo con gente come te perché l’avrei già battezzata come senza speranza, ma visto che la signorina ha insistito ho deciso che asseconderò il suo capriccio. Però ripeto: solo perché è lei e solo per una volta. Sono stato chiaro? Una sola.

La potenza del tono di Roberto mi aveva paralizzato. Prima di lui, soltanto i miei genitori mi avevano rivolto una sgridata così severa. Perché ce l’aveva tanto con me? Annuii poco convinto, ma mi chiedevo quale fosse lo scopo di Alessandra e cosa mai avesse detto al suo allenatore.
– Baldo giovane – disse Roberto mettendomi il dorso di una mano sulla fronte – vedo che hai sudato proprio poco rispetto ai tuoi compagni… devi essere parecchio resistente allo sforzo, vero?
Sorrisi al complimento, ma lo sguardo di Roberto mi fulminò facendomi tornare subito serio.
– Ti piacerebbe sentirtelo dire, eh? – ghignò in tono sarcastico. – La verità è che non hai voglia di muovere quel culo impigrito perché la tua testa dorme quanto le tue gambe.
Non riuscii a replicare. Alessandra osservava in silenzio e non interveniva.
– Sai perché questo gioco si chiama Pallaveloce e non “Pallalenta”? – tuonò Roberto facendo una pausa per aspettare una mia risposta che non sarebbe mai arrivata. – Perché se alla fine della partita non hai corso avanti e indietro fino allo sfinimento significa che non hai giocato proprio. E adesso rispondi a quest’altra domanda: perché ai collocamenti ti ho fregato sempre in difesa?
All’improvviso la mia attenzione si acutizzò: per tutte le notti seguenti al mio collocamento nel livello E, la scena dei miei passaggi intercettati e la faccia beffarda di Roberto mi erano apparse in più di un incubo.
– Non lo so – ammisi.
– Perché non ti sei mai preso la briga di muovere le tue gambine delicate come si deve: se vedi una palla con una determinata traiettoria a cosa ti serve restare piantato come un albero quando puoi capire dove quella palla finirà prima che ci finisca? Ti sarebbe bastato aspettare che la palla mi arrivasse un po’ oltre, seguirla con le tue gambe, magari fintare il movimento… ti sarebbe bastato fare qualunque cosa che non fosse il restare piantato come un deficiente che di certo non sarei riuscito a intercettare i tuoi passaggi semplicemente allungando la mano come invece è successo.
Il tecnico fissò Alessandra un attimo prima di tornare a parlare con me:
– Ti dico… avevo pensato che forse saresti stato passabile come portiere, ma Alessandra ha ragione: il tuo potenziale di scatto è sprecato malissimo. Questo è ciò che mi manda più in bestia: hai un buon fisico ma la tua testa è troppo limitata per usarlo come si deve.
– La testa conta come il fisico, ricordi? – commentò Alessandra.
– A volte conta più del fisico – confermò Roberto – perché vedi… se hai la testa ma non il fisico, su quest’ultimo ci puoi sempre lavorare. Ma se hai il fisico e non la testa il discorso è molto più complesso e non è nemmeno detto che ci siano speranze.
Mi tornarono in mente le parole di Zeno su come fosse quello il motivo per il quale maschi e femmine non giocassero separati, ma non riuscivo a far quadrare niente nella mia testa. Roberto fece cenno di seguirlo e mi resi conto che stavamo tornando al mio campo d’allenamento, ora vuoto. La rete del mio ultimo esercizio era ancora montata.
– Mettiti in posizione – intimò Roberto.
“Di nuovo lo stesso allenamento?” pensai.
– Non mi hai sentito? – Roberto cambiò tono all’improvviso e mi fissò minaccioso. – Ho detto di metterti in posizione. Muovi quelle chiappe!
Fissai Alessandra preoccupato, ma il suo sguardo mi fece capire che mi conveniva obbedire al comando senza fiatare. Mi sistemai a bordo campo, riluttante, mentre Roberto si sistemò sul lato opposto.
– Ribattila prima che colpisca il muro – gridò Roberto lanciando una palla non proprio lenta circa sei metri alla mia destra che non raggiunsi per nulla. Osservai sconsolato la palla sbattere contro il pannello trasparente dietro di me.
– Ma cazzo! – sbottò il mio allenatore provvisorio con la faccia viola e le tempie gonfie, battendo forte un piede a terra. – Intendi stare lì impalato ancora per molto?
Ero mortificato, non capivo nemmeno io dove fosse il problema.
– Usa la tua testa! La testa! – sbraitò lasciando partire un’altra palla alla quale non arrivai nemmeno vicino.
– Sono troppo lontane! – protestai.
– Non per te! – replicò Roberto stizzito lanciando una terza palla impossibile da raggiungere. Caddi in ginocchio. Avevo affrontato solo tre palle e mi sentivo già stanco.
– Beh? Non hai sudato una mazza quando ti sei allenato per un’ora e adesso sei già spompato dopo un minuto? Mi pigli per il culo?
Aveva ragione: non era affatto logico che mi sentissi così, eppure le forze mi stavano
abbandonando. La mia testa era vuota, non sentivo nulla, non percepivo nulla e non pensavo nulla. I secondi mi sembravano minuti: ero in totale black-out. A un tratto udii Alessandra dire qualcosa:
– Stanchezza mentale, eh?
Alzai la testa ridestandomi dal torpore e notai che era venuta accanto a me. Roberto non disse nulla.
– Alzati, Albi, forza! – disse facendomi cenno con una mano di venire su, ma non appena mi misi in piedi fece partire una rapidissima sberla contro il mio volto, fermandosi a un millimetro dalla mia guancia. Il mio cuore ebbe un sussulto: non l’avevo nemmeno vista.
– Ale? Ma cosa… – balbettai spostando gli occhi verso la sua mano: se non si fosse fermata mi avrebbe fatto un male atroce. La mia amica tirò indietro il braccio e mi fissò storto, ma passati appena due secondi lo ricaricò nuovamente e fece partire un’altra sberla. D’istinto mi scansai di lato mettendo entrambe le mani a protezione del viso e, con mio enorme stupore, Alessandra fermò la mano a metà per poi riabbassarla.
– E bravo Albi! – esclamò. – Come hai fatto a capire che stavo per dartene un’altra?
– Ho visto il tuo braccio che veniva alla mia sinistra e…
Tutto d’un tratto mi interruppi e mi si accese una lampadina. In quell’istante intuii al volo perché Alessandra aveva fatto ciò che aveva fatto. Lei parve accorgersene subito e sorrise.
– Continuiamo! – gridai a Roberto dall’altra parte
– Hai intuito qualcosa, Gamberini? Le sberle della tua amica fanno bene al cervello? – ghignò il tecnico alzando il braccio e facendo partire un altro tiro. Stavolta Roberto aveva lanciato la palla dall’altra parte, ma per qualche ragione mi sentivo più lucido di prima. Scattai in direzione della palla o, perlomeno, dove pensavo sarebbe andata, ma calcolai male per l’ennesima volta e non la respinsi. Tuttavia, mi accorsi di esserci andato molto più vicino rispetto ai tentativi precedenti.
– Oh, c’eri quasi arrivato… peccato, eh? – ghignò Roberto col suo solito tono provocatorio, anche se mi parve di cogliere una sfumatura diversa dal solito. – Allora prova con questa!
Fece partire l’ennesima palla, ma qualcosa stava cambiando nella mia testa: avevo capito che non potevo aspettare ogni volta che una palla arrivasse nella mia metà campo prima di muovermi, ma dovevo ragionare in anticipo su dove sarebbe andata, fin dal momento in cui Roberto la colpiva.
Balzai di lato con tutte le mie forze ed intercettai la palla con la mano, anche se non riuscii a respingerla oltre la rete.
“Evviva: l’hai capita, finalmente, Alberto!” pensai subito.
– Gamberini, la tua respinta ha fatto schifo come sempre, ma almeno sei riuscito a capire che le tue gambe non devono restare immobili – scoppiò a ridere Roberto.
Non credevo alle mie orecchie: il suo tono era del tutto diverso e sembrava un’altra persona. Cosa gli era successo? Afferrò un’altra palla e tornò a parlarmi:
– Adesso vedi di caricare quel braccio mentre vai verso la palla, se vuoi sperare di rimandarla da questa parte, ok?
– Sissignore – replicai.
Per quasi mezz’ora non feci che allenarmi con Roberto a respingere i suoi tiri angolati. Era una lezione di base, anche se continuava ad avere l’aria di un allenamento di tennis, ma la dovevo assimilare a ogni costo. Mi resi conto che più andavo avanti e più mi abituavo alla velocità crescente dei suoi lanci. Di punto in bianco, con mio enorme stupore, riuscii a ribattere perfettamente una delle sue palle oltre la rete, facendola arrivare dritta contro di lui. Udii Alessandra applaudire alle mie spalle.
– Bravo, Albi: ottimo lavoro! – commentò la mia ex compagna di scuola.
– Direi che abbiamo finito – concluse Roberto asciugandosi il sudore dalla fronte. – Inizio a essere vecchio per queste cose.
Ansimavo dalla fatica, ma mi sentivo benissimo: il mio corpo aveva reagito ai miei pensieri. Per la prima volta riuscii a scorgere un minuscolo frammento chiaro in mezzo alla confusione: iniziavo pian piano a intuire come mai la testa fosse così importante nella pallaveloce.
– Non posso permettermi di restare piantato per terra – mormorai – ma devo sempre essere reattivo.
– Ben detto, Gamberini – confermò Roberto. – Ora, se non vi dispiace, meglio che io vada a casa: si è fatto parecchio tardi e mia moglie potrebbe vendicarsi lasciandomi senza cena.
Roberto guardò Alessandra un’ultima volta prima di andarsene e mormorò:
– A quanto pare avevi ragione tu.
Il tecnico si allontanò senza aggiungere altro. Io ero ancora eccitato per la lezione imparata e mi stavo chiedendo come avessi fatto a essere tanto stupido da non aver capito tutto prima. Alessandra interruppe i miei pensieri:
– Si è fatto tardi, Albi: penso che dovremmo tornare a casa. A quest’ora si allenano solo i Senior over 33.
– Sì, hai ragione. Ma prima preferirei farmi una doccia… non sono proprio il massimo della pulizia, adesso.
Scoppiammo entrambi a ridere. In quel momento di relax momentaneo iniziai a guardare fuori dalle grandi vetrate dell’edificio: il cielo era rosso e il sole stava tramontando. Mi venne in mente che presto, con l’arrivo dell’autunno, avrei finito gli allenamenti con le stelle in alto nel cielo.

Ma cosa… ?

Stavo pensando agli allenamenti futuri?

– A cosa pensi, Albi? – domandò Alessandra. Era ancora lì.
– Che si è proprio fatto tardi.
Era una mezza verità.
– Ti sta piacendo, vero? – chiese la mia ex compagna con un ghigno. – Il gioco da bambini che non t’interessava… non è più solo per la scommessa con Giulia, o sbaglio?
“Merda!” pensai. Indubbiamente, qualcosa era cambiato. E dovetti riconoscere che l’intuito femminile di Alessandra era mostruoso.
– Te lo saprò dire alla fine di settembre – replicai in fretta.
– Non è un “no” – commentò lei. Il suo ghigno non si stava spegnendo. – Direi che è già un risultato.
Fece per allontanarsi, ma mi venne in mente una cosa e decisi di intervenire:
– Ale! Come ti è venuta l’idea della sberla?
Alessandra alzò le spalle e rispose:
– Si chiama “avere la prontezza di riflessi per capire dove qualcosa andrà prima che ci vada”. Noi portieri siamo quelli che questa cosa la devono imparare meglio.
– Mi pare logico – commentai.
– L’altro contesto in cui è utile è negli sport di combattimento: da lì mi è venuta l’idea della sberla. Spero di non averti spaventato.
– Un po’ sì – ammisi. – Ma cacchio quanto hai fatto bene…
La mia amica scoppiò a ridere.
– Buon per te, allora – disse sollevando la mano per battermi un cinque al quale replicai più che volentieri, per poi congedarci a vicenda. Rimasi a osservarla mentre si allontanava e scompariva nei meandri della palazzina. Non appena fu troppo lontana per poterla vedere, corsi verso gli spogliatoi e mi godetti una bella doccia bollente che durò parecchi minuti. Mentre l’acqua scorreva sentivo le mie gambe muoversi da sole, immaginandomi i tiri insidiosi di Roberto a destra e a manca. I miei muscoli erano molto più reattivi del solito… e io ero l’incapace che li aveva inibiti fino a quel momento. I miei non posero domande sul perché del mio rientro tardivo e si limitarono a chiedermi come fosse andata.

– Benissimo! – risposi. E non potevo essere più sincero.

Alla fine della cena, per qualche strana ragione, mi venne l’impulso di studiare.

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