Capitolo 3 – Campo di Marte

La leggenda degli S6 è una storia ambientata in un mondo in cui uno sport immaginario, denominato pallaveloce, è celebre in Italia al pari di calcio e pallacanestro, oltre che a essere diffuso a livello mondiale. 

 

– Cosa fai qui, Gamberini? – chiese Gilberto lasciandomi interdetto. E avevo appena messo piede nel campo.
– Uhm… allenamento? – risposi con aria ironica pensando mi stesse prendendo in giro. Non ero in anticipo di molto, quindi non capivo.
– Stamattina è venuto Roberto. Mi ha comunicato che ti hanno spostato al livello D.
Sgranai gli occhi e ammutolii. Era passata appena una settimana da quando avevo iniziato gli allenamenti e avevo già scalato un livello? Sembrava troppo bello per essere vero. Gilberto proseguì:
– Oh… e mi ha anche detto che è riuscito a smuovere un po’ le tue gambe. Era ora!
Sorrisi al complimento: senza accorgermene avevo preso coscienza della mia inettitudine passata e la cosa mi faceva sentire meglio, ma la sfida era appena iniziata.
Salutai il mio (ora ex) allenatore e seguii le indicazioni per arrivare ai campi  d’allenamento del livello D, cosa che mi prese diversi minuti: ogni volta non cessavo di stupirmi di quanto quel complesso fosse imponente, ma l’atmosfera era piacevole grazie alla buona novella. Mi godevo il profumo di detergente e gli altoparlanti che trasmettevano Jump dei Van Halen in sottofondo quando a un certo punto notai un distributore di bibite e mi salì la tentazione di acquistare una lattina di bevanda energetica. Non ero mai stato propenso a spendere soldi così, ma mi dissi che in fondo, per quella volta, si poteva festeggiare un evento così lieto. Inserii una moneta da due euro nella fessura, ma con mio enorme disappunto la lattina non scese. Iniziai a non vederci più e mollai un calcio al distributore.
– Bastarda di una macchinetta! – gridai. – Già di mio non spenderei mai due euro per una cazzo di lattina e adesso ti permetti pure di derubarmi?
Stavo per assestare un secondo calcio all’apparecchio quando percepii qualcosa di enorme posarsi sulla mia spalla. Mi voltai appena il giusto per vedere che dietro di me era apparso un colosso di quasi due metri dalla carnagione olivastra come quella di Alessandra, lunghi capelli lisci castani tenuti fermi da una fascia rossa sulla fronte e due occhi nerissimi che mi fissavano socchiusi e sembravano leggermi nel pensiero. Senza scomporsi, il bestione allontanò lo sguardo da me e appoggiò entrambe le mani sulla macchinetta.
– A volte questa stupidina non fa il suo dovere – commentò scuotendo leggermente le braccia. Con un sonoro clang la lattina che avevo acquistato scese docile e ubbidiente nello scompartimento inferiore del distributore.
– Tuttavia, come vedi, con le buone maniere si ottiene tutto – concluse il gigante sorridendo.
Raccolsi in silenzio la lattina mentre mi sentivo come un bimbo rimproverato dalla madre dopo essere stato sorpreso con le mani nella marmellata.
– Ah… – riprese lo sconosciuto – e ringrazia che siamo soli in questo corridoio, perché se uno della sicurezza ti avesse beccato ti avrebbe fatto vedere i sorci verdi.
Ancora imbarazzato, chinai umilmente la testa in segno di scusa. Rialzando lo sguardo notai come sia le sue spalle che le sue braccia fossero larghe almeno il doppio delle mie.
– Non ti preoccupare – mi rassicurò facendo un cenno con la testa verso il distributore di bibite – non sei il primo ad avere problemi con quella cattivona.
Quell’essere imponente sembrava il classico stereotipo di gigante buono: grande e grosso ma con un cuore d’oro. Per qualche motivo, mi ispirava serenità.
– Dove sei diretto? – chiese.
– Sto andando ad allenarmi con il livello D. Prima lezione per me, là.
– Oh… un vero peccato: io sono diretto ai corsi del livello B. Sarebbe stato bello proseguire insieme… sarà per un’altra volta.
– Eventualmente ora so dove venire a cercarti se quella maledetta fa di nuovo la dispettosa – replicai indicando con un dito la macchinetta infernale. Il mio interlocutore non seppe trattenere un sorriso.
– Tutte le volte che vuoi – replicò il tizio misterioso allontanandosi. Rimasi qualche istante a fissarlo mentre ripartiva per la sua strada, per poi voltare i tacchi e proseguire con la mia bella lattina in mano verso i campi del livello D.
“Mi piacerebbe arrivare almeno al livello B!” pensai. “Così oltre che con Alice potrei pure allenarmi con quel bestione là… sono certo che con un simile sparring partner l’allenamento sarebbe tosto forte e il mio livello ne beneficerebbe di certo”.
Arrivai infine a destinazione: molti degli altri miei compagni erano già presenti e si stavano scaldando. I campi del livello D non erano poi tanto diversi, in fin dei conti, da quelli del livello E. Stavo ancora osservando i dintorni quando una donna piuttosto alta dai tratti nordici mi venne incontro con la mano protesa.
– Oh, tu sei il famoso! – esclamò. – Sono Suvi, la tua allenatrice per il livello D.
Il famoso, eh… – mugugnai guardando da un’altra parte. Suvi sorrise senza replicare e mi fece cenno di entrare nel campo. Notai subito un volto familiare tra i miei compagni e per poco non ebbi un sussulto: già… come dimenticarlo? Era uno dei ragazzi che avevano sostenuto la terza parte del collocamento con me e mi avevano urlato contro. Appena mi vide entrare mi fulminò con lo sguardo: cercai di non farci caso, ma dopo qualche minuto, durante lo stretching, il tizio non perse tempo e venne dietro di me. Sentii subito uno sputo sul collo.
– Mettiamo in chiaro le cose, stronzetto – esordì a denti stretti. – Io non ti ho ancora perdonato per quello che mi hai fatto ai collocamenti e so che se sono stato messo qui al livello D è tutta colpa tua! Intralciami un’altra volta e ti farò passare la voglia di stare alla Sangiovannese, hai capito?
Si allontanò e tornò ad allungarsi per conto suo dopo avermi lanciato un altro sguardo assassino. Durante tutto l’allenamento non feci che percepire il suo odio verso di me e la cosa mi metteva a disagio, ma decisi di restarne al di sopra. Suvi si era accorta della tensione sotterranea, ma con quasi settanta atleti nel suo blocco non aveva certo tempo di badare a solo due di essi e non potevo biasimarla.
Al termine dell’allenamento, mentre eravamo tutti intenti a reidratarci, notai Gilberto fare capolino dalla porta del campo. Salutò Suvi, che ricambiò, poi volse il suo sguardo verso di me.
– Gamberini, hai finito qua? – domandò. Feci un cenno d’assenso e il mio ex tecnico alzò il pollice verso la mia direzione.
– Molto bene – replicò. – Roberto ti aspetta al campo del livello B appena puoi.
Se ne andò prima che potessi chiedergli spiegazioni. Per quale motivo Roberto mi voleva, stavolta? Non potevo dirmi insoddisfatto della notizia perché, almeno, significava che mi sarei allontanato dal pazzo furioso per quella sera, ma l’enigma rimaneva. Mi congedai da Suvi e mi diressi verso l’ala opposta dell’edificio terminando il fondo della lattina e gettandola nel primo cestino trovato. Quando arrivai, i ragazzi e le ragazze del livello B erano già fuori, partiti di gran carriera in direzione delle docce. Tra di loro scorsi Alice, che si accorse subito di me e mi venne incontro col suo solito sorriso.
– Ehilà! Ho sentito delle voci – esordì. – Ti hanno promosso di un livello?
D is megl’ che E – risposi con accento inglese volutamente maccheronico. Alice rise davanti alla mia parodia pubblicitaria improvvisata.
– Sei venuto a fare qualcosa?
– Roberto mi ha mandato a chiamare.
– Roberto in persona? – chiese Alice sorpresa. Sentii di doverle una spiegazione.
– Tra i suoi allievi del livello A c’è una mia ex compagna delle elementari. Dopo i collocamenti sembra aver preso gusto nel chiamarmi da lui di tanto in tanto per ricordarmi di come mi ha umiliato quella volta.
Alice scoppiò a ridere.
– No, scherzi a parte – proseguii – ultimamente si dà molto da fare per aiutarmi. Avrà in mente un altro allenamento esclusivo dei suoi.
– Allenamento personalizzato? Che lusso… – commentò Alice
– Eh… ho avuto fortuna.
In realtà dentro di me si stava facendo strada un altro pensiero, ovvero che la mia scommessa fosse diventata anche la scommessa di Roberto… oppure di Alessandra. D’altro canto era stata una sua idea quella di mandare il suo allenatore ad aiutarmi, no? Al di là della folla, ormai diradata, notai proprio Roberto dentro il campo che mi faceva cenno di entrare, così mi congedai da Alice augurandole buona serata. Appena oltrepassata la porta notai un volto (e un corpo) familiare: era il colosso di prima, quello che mi aveva aiutato con la macchinetta. Appena mi vide sorrise.
– Ehilà! Alla fine ci siamo rivisti dopo appena un’ora – commentò allungandomi una mano per battere un cinque, al quale replicai.
– Bello, eh? Per qualche ragione sentivo che sarebbe accaduto presto – commentai per poi voltarmi verso Roberto.
– Allora, qual è l’allenamento speciale, stavolta? – domandai.
– Oh… hai capito che ti voglio torturare pure oggi, Gamberini? – scherzò Roberto alzando le sopracciglia. – Voglio che tu metta in pratica quello che hai imparato in questi giorni nello stesso contesto dei collocamenti: un’azione simulata con un difensore in mezzo, senza portieri.
– Una specie di rivincita?
– Più o meno. Ma stavolta io sarò il tuo partner: lascerò fare il difensore a qualcun altro più bravo di me.
Adocchiai brevemente il colosso e lo indicai col pollice.
– Lui? – chiesi.
Nella stanza calò all’improvviso un silenzio glaciale: Roberto e il gigante misterioso iniziarono a fissarmi come se avessi appena bestemmiato in una chiesa, poi l’allenatore scoppiò in una fragorosa risata.
– Gamberini, sei proprio una sagoma! – esclamò. A fatica, in quanto le risate lo stavano quasi soffocando. – Oh, beh… se la tua intenzione è quella di perdere per sempre fiducia in te stesso e nelle tue capacità da pallavelocista non sarò certo io a fermarti. Però non te lo consiglierei.
Con la faccia sempre più rossa, Roberto si fece sfuggire una mezza pernacchia per poi riprendere a ridere come un pazzo.
– Che succede? – domandai osservando incredulo Roberto che si teneva la pancia dalle risa.
Il bestione sorrise e mi allungò la mano, stavolta in segno di presentazione.
– Scusami… l’ultima volta alle macchinette non sono riuscito a presentarmi come si deve perché andavo di fretta.
Non appena ricambiai la stretta di mano lui proseguì:
– Il mio nome è Ares. Sono il difensore titolare degli S6 della Sangiovannese.
Sentii il sangue gelare nelle vene.
– E ha la cattiva fama di far crollare il morale e la motivazione di ogni attaccante avversario – aggiunse Roberto – o perlomeno di quelli che provano a passare la sua difesa.
– Io non sono cattivo – sorrise Ares mettendo la lingua di fuori. – Do soltanto il mio onesto contributo per aiutare quel secco del nostro portiere a non incassare troppo.
– Oh sì, sicuramente vi compensate – commentò Roberto senza smettere di ridere.
– Come mai ti alleni con quelli del livello B? – chiesi, ancora mezzo intontito.
– Hai frainteso la situazione – replicò Ares. – Sto solo mettendo in atto un allenamento
personalizzato per una delle nostre migliori promesse: un difensore coi fiocchi, te lo assicuro.
Lo vidi sfregarsi le mani gongolante e proseguire:
– Potrebbe persino raccogliere il mio testimone negli S6, un giorno, sai?
Da come ne parlava bene, sembrava riporre molta fiducia nel talento del suo pupillo.
– E sarà proprio lei la tua prossima avversaria nell’allenamento di oggi – concluse Roberto.
– Hai detto “lei”? – chiesi.
– Sì, è una lei – confermò – ed è ancora al livello B perché non pratica da tantissimo, ma entro la fine dell’autunno non mi sorprenderebbe se venisse promossa al livello A.
– E dov’è, ora?
– Credo sia andata a mettersi un’altra casacca: quella di oggi era fradicia.
– Si dà da fare, eh?
– Sicuramente più di te quando sei venuto il primo giorno – mi punzecchiò Roberto.
– Le cose possono cambiare.
– Non c’è dubbio.
Prima che potessimo proseguire una ragazza di media statura e molto esile fece il suo ingresso all’interno del campo: il colore della sua carnagione era olivastro, identico a quello di Ares e Alessandra. Non fosse stata di parecchio più bassa rispetto a quest’ultima, avrei potuto azzardare che fossero sorelle: anche i loro occhi e capelli erano molto somiglianti.
– Lui sarebbe il mio partner per oggi? – chiese indicandomi con un dito e guardando Ares.
– Sì, Cecilia, è lui – confermò il colosso.
Cecilia mi venne incontro e ci stringemmo la mano. Guardandola ebbi una strana sensazione: sarà stata tipo quattro o cinque volte più piccola rispetto ad Ares… possibile che fosse davvero così forte? Più forte di Roberto? Se era forte abbastanza da guadagnarsi il rispetto di uno degli S6 di sicuro non era l’ultima arrivata. Tutto d’un tratto avvertii una sensazione di déjà-vu: mi sentivo uguale a quando mi ero perso a osservare Giulia ai collocamenti. Anche quella volta ero rimasto assorto a osservarla per poi chiedermi dove fosse la fregatura.
– Le apparenze ingannano, amico mio! – esclamò Ares come se mi avesse letto nel pensiero.
– Non ne dubito – replicai. – Con Giulia avevo avuto la stessa sensazione.
Non appena nominai il suo capitano, il gigantesco difensore degli S6 arretrò di un passo. Notai che anche Roberto e Cecilia mi stavano fissando attoniti.
– Tu… tu hai giocato contro Giulia? – chiese Ares con gli occhi spalancati.
– Macché – risposi placando subito gli animi circostanti. – L’ho vista al gazebo della Sangiovannese vicino ai viali quando ho preso il modulo d’iscrizione e mi sembrava la classica fanciulla indifesa ed esile. Quando ho poi scoperto che era il capitano degli S6 ci sono rimasto, sul momento.
Non ci vedevo nulla di male ad ammettere la verità, anche se preferii nascondere il fatto che l’avessi vista ai collocamenti in incognito. I miei tre interlocutori tirarono tutti un sospiro di sollievo come dei disperati che avevano appena ricevuto una bella notizia dopo averne ricevute di brutte per troppo tempo. Roberto si avvicino al mio orecchio.
– Per l’amor del cielo, Gamberini: non fare cazzate! Non devi manco pensare di affrontare Giulia prima di essere giunto minimo minimo al livello B – sussurrò. – Ora come ora al tuo livello attuale non potresti nemmeno comprendere la portata del talento di quella ragazza.
Fissai Roberto con aria incredula.
– E perché? – replicai, sempre a bassa voce. – Cos’è? Una che ti demoralizza tipo Ares?
Roberto aggrottò le sopracciglia.
– Su Ares stavo scherzando – fece una pausa – ma ho visto personalmente Giulia demolire la motivazione di intere squadre avversarie nel giro di dieci minuti.
– Buon per noi, no?
– Non è sempre stata a nostro vantaggio, come cosa. Da anni i membri degli S6 hanno l’abitudine a tempo perso di allenarsi per conto loro con partitelle amichevoli contro i membri del livello A. Ma Giulia dall’anno scorso è l’unica a non parteciparvi mai.
– Per quale motivo? – chiesi. Notai Roberto socchiudere gli occhi e fissarmi.
– Perché tutti quelli che hanno giocato contro di lei hanno smesso.
Una scossa mi attraversò il corpo. Sentivo gocce di sudore lungo il collo, pelle d’oca e brividi, come se mi avessero depositato nudo e disarmato in mezzo alla savana. Dunque le cose stavano così? Non avrei potuto nemmeno capire cosa rendesse Giulia così pericolosa fino a quando non avessi raggiunto i livelli più alti? Allora li avrei scalati tutti a ogni costo, dal primo all’ultimo. Quello che pareva dovermi demolire moralmente divenne, al contrario, uno stimolo improvviso e mi conferì una sorta di rinnovata motivazione. In quel preciso istante desideravo vedere, sapere, testimoniare coi miei occhi di cosa fosse capace la più grande pallavelocista di tutti i tempi. Ma per farlo, avrei dovuto dare il massimo nella sfida che mi attendeva in quel momento.
– Ti avverto – esordì Ares – se pensi di sottovalutare Cecilia parti malissimo.
– Ok – dissi a Roberto e Cecilia stringendo i pugni – iniziamo!

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